Pierpaolo, ti penso ancora

Nasceva oggi, il 5 marzo del 1922, Pierpaolo Pasolini.

Un uomo che ha attraversato tutte le arti con la sua sensibilità, ma anche un attento osservatore della realtà, un incredibile scrittore e giornalista.

Prima di scoprire tutto il resto, per me è stato un poeta. E voglio celebrarlo con la prima poesia che, adolescente, mi ha commossa alle lacrime.

Supplica a mia madre

Pier Paolo Pasolini

E’ difficile dire con parole di figlio

ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,

ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:

è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile.

Per questo è dannata

alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame

d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso

alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,

l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione

di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.

Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Il percorso dell’amore

Stamattina ho ripreso in mano questa raccolta di racconti di Alice Munro – premio Nobel per la letteratura nel 2013 – ed è incredibile, proprio come la ricordavo. Dell’autrice canadese, Jonathan Franzen ha detto: “è uno dei pochi scrittori a cui penso quando dico che la letteratura è la mia Religione”. E quando uno dei tuoi scrittori preferiti dice una cosa del genere, non puoi far altro che credergli. E accogliere il suggerimento implicito: leggere tutto quello che è stato pubblicato di Alice Munro.

Come un cerino

Il mio amore è grande

come un sole

luccica

e sgela

e brucia e incendia

e distrugge

e dimentica

e ricomincia.

Il mio amore è piccolo

come un cerino

si accende lento

e la sua luce tiepida

che fa su e giù

penetra i cuori

e presto li consuma.

Lo seguo

e mi allontana

mi divide

mi sciupa

mi sconfigge.

Si disperde

stagione dopo stagione

nella cenere del suo vivere

sempre

e nonostante.

E quando lo chiamo

non mi sente

va dritto

a zig zag

gira a sinistra

tutto pur di non rincasare.

Solo se lo chiamo col tuo nome.

Solo se lo chiamo col tuo nome si ferma

e senza girarsi, con la mano aperta,

mi aspetta.

Mi porta sotto la farnia

e lì ci riconciliamo,

torna, torna e resta per restare.

Il mio amore è come un gatto selvatico

mi ignora per giorni

poi mi fissa per ore

ha gli occhi della tigre e il manto vellutato

non lascia impronte con la zampa leggera

ed è sincero solo quando

si allunga all’ombra del Bosco.

Grazie a (quasi) tutti degli auguri

Ho compiuto 34 anni. Non mi sono sposata, non ho figli. Ho avuto altro da fare. Di meglio? Non so. La mia vita è vuota? No. Mi sento finita? Nemmeno. Qualcosa potrebbe cambiare? Può darsi. Mi sento giudicata? Sì. Le domande fuori luogo, gli sguardi compassionevoli (santo cielo, la compassione è un sentimento sublime ma un tantino fuori luogo in questo caso) i volti preoccupati, a volte anche l’aggressività. Tutti quelli che sono sulla strada dritta, quella giusta, che ti hanno insegnato a percorrere da quando eri piccolo. Voglio dire loro una cosa.

Ehi, ragazzi, non vi preoccupate. Io sto bene, giuro. Serena e soddisfatta, a modo mio. La capisco la vostra ansia, la vostra paura. Però non possono diventare le mie, siate comprensivi anche voi. Lasciate che io sia come sono. Così come tutte le donne che fanno scelte diverse e che vivono delle vite che non corrispondono alle vostre aspettative. È più bello così, incontrarsi e parlare.

Oppure leggete queste poche parole dopo i due punti e fate vostro il profondo significato che le anima: non mi rompete i coglioni, dai.

Con amore,

Giulia.

In verno

Toccare
con la punta delle dita
il tramonto
a cui do alloggio
in grembo.

Mischiarlo
con l’acqua torbida delle profondità.

Ristagna
tra lo sterno e i fluidi lì, più in basso.

Raschiare il petrolio vischioso
grattarlo via
con le unghie
portarlo fuori
rovesciarlo sul tavolo
vicino alla cesta con le arance
e guardarlo bene.
Lo posso guardare,
esiste.

Inverno
sei tu questa
tenebra
semiliquida
scivolosa
che
se si secca
si appiccica.

Volevo osservarti
da vicino.

Sei così fuori di me
che ti sento dentro
più di prima.

Come un invertebrato
senza vita
ti ho abortito.

Inizia a nevicare
qui
in cucina.

Con le dita ancora sporche
catturo un fiocco;
nelle simmetrie dei cristalli
striscia un fiume
limpido
che sto contaminando.

Dimenticati

Ho lunghi capelli

oggi

A coprire la nuca 

Li intreccio 

Per conoscere la vita

Nascosta

Che abita le spalle 

Dritte 

Nei tormenti 

Di un tempo 

Che non è mia dimora.

Scorro istantanee 

di mani unite 

A coprire segreti 

Sussurrati 

Rincorsi 

dimenticati.