Roma 

Così inospitale, così scomoda. Nessun festival, pochi concerti, ed io che viaggiavo per rincorrere la musica che amo. Amici negli angoli più remoti della città, ed io che macinavo chilometri nel traffico senza scampo dell’anello che ti circonda con la sua nuvola tossica. Un lavoro raggiungibile solo con i mezzi, ed io che aspettavo autobus che non passavano mai e leggevo libri e ascoltavo musica e riempivo ogni spazio di inchiostro e note e parole. Saltavo su metro che una fermata dopo si immobilizzavano, guaste. 

Quanto tempo continui a farmi perdere. E quanta pazienza ho imparato ad avere. E quanto ti odiavo. E quanto ti amo. 

E adesso tutto è cambiato ma non tu. Tu mi parli di com’ero come se non fosse passato un solo giorno. Siamo peggiorate, tutte e due. Il tempo fa così. 

È difficile essere romana. È tutto difficile qui. È anche bello, a volte. 

L’acqua del Tevere, guasta, sì, ma che lambisce e accarezza tutto quello che mi fa soffrire, tutto quello che mi fa vivere. Quell’acqua lì, quest’acqua qui, che mi scorre nelle vene.  E mi fa simile a te. 

Imperfetta. Sbagliata. Crudele. Indifesa.

Un groviglio inestricabile di cui conosco ogni filo. Una matassa che mi terrorizza e mi calamita. Che se solo qualcuno sapesse districare, disegnerebbe in modo stupefacente la mia fisiologia.

La mia natura. 

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