Archivio mensile:febbraio 2015

437 giorni di psicoanalisi. Giorno 27 – Me stesso

Di che cosa ho paura?
Domanda banale dottore. Ma nel mio caso si stupirà e troverà la risposta interessante. Le dico questo perché non so quante volte le è capitato di sentirsi rispondere così. Perché io credo di aver paura di quello che conosco. Sì lo so, molti temono ciò che non conoscono: gli altri, il domani, la morte. Io no. Io ho paura della mia famiglia, del passato, della vita. Di soffrire sempre per le stesse cose. Di rivivere continuamente i dolori noti, le conseguenze delle medesime ansie. E la sa una cosa? Sono stanco. Perché quando hai paura dell’ignoto non sai esattamente cosa ti aspetta, quando quell’ignoto lo affronti. Quando hai paura di cose che conosci bene, sai esattamente cosa ti aspetta. Con un margine d’errore millimetrico. Al centimetro, to’. Può beccarti in pieno petto, o un po’ più in basso alla bocca dello stomaco, o al massimo in pancia. Ma ti becca, eccome se ti becca. E sai che soffrirai, eccome se soffrirai. E allora mi chiedo: ma sono costretto a commettere sempre gli stessi errori? A infliggermi le frustate che riaprono sempre le stesse, identiche ferite? E allora sì, ha capito bene dottore. Ho paura di me stesso, sopra ogni altra cosa. Di me stesso.

Con la pioggia

Se il tempo che ho perduto non torna più
Che tempo farà quando tornerai?
Se ti sei perso, come il mio tempo, sai dirmi perché non hai seguito i sentieri diritti
Quelli con la luce tra i capelli e il vento a favore?
Eppure sapevi che sarei stata li, alla fine, ad aspettarti.
Forse se avessi portato gli occhiali mi avresti vista, in fondo, con le braccia alzate.
Ma tu tornerai con la pioggia,
Non sai ritrovare il cammino col sole.
E io sarò dietro una finestra, quando tornerai.
Non so aspettare con la pioggia.
E saremo lì
Tu sotto la pioggia
Ed io immersa nel sole
Tu che torni
E io che aspetto.