Archivio mensile:ottobre 2014

Cose utili per viaggiare

Una macchina in riserva. L’aria che sembra più pulita solo perché è fredda. Un orologio nuovo già graffiato. Coda alta che non mi permette di appoggiare le spalle allo schienale. Un maglione sporco di dentifricio. Un leggero mal di testa da insonnia. Le ultime parole di un libro come un mantra. Un anno dopo l’ora in macchina è di nuovo quella giusta.
Domani è lontano, ieri non esiste, oggi sono confusa.

Self professed, profound
Till the chips were down
Know you’re a gambling man
Love is a a losing hand

E sono pronta.

I buoni propositi

Ho smesso.

I buoni propositi di settembre quest’anno non sono stati scagliati nella vacuità dell’indolenza. Ora che siamo giunti a fine ottobre lo posso dire a voce alta: ho smesso di stilare una lista di buoni propositi (che qualche mese dopo mi avrebbe solo fatto venire il mal di pancia). Non condivido la mia pigrizia ma devo pur accettarla oramai. E quindi è con sommo orgoglio che stilo una nuova lista:

LA LISTA DEI BUONI PROPOSITI TRADITI con sommo orgoglio

Mai più in palestra.

Basta con lo spirito da crocerossina. Basta, basta.

Non imparerò a truccarmi bene, piuttosto vado in giro struccata (non so fare delle linee dritte con l’eyeliner, non mi so mettere il rossetto senza sbafare e non sono in grado di stare davanti ad uno specchio con un pennello e un ombretto per più di due minuti).

Non ascolterò inutili, inutili lamentele. Solo le mie.

Giuro solennemente che non farò mai un corso che mi insegni a preparare il sushi. Me lo vado a mangià quando ne ho voglia.

Non sarò più tollerante. No.

Non so cucire, non saprò mai cucire.

Non sarò gentile (va bene, con chi non lo merita).

Non ho alcuna intenzione di recarmi dal parrucchiere una volta al mese (quindi niente frangetta).

Quest’anno non leggerò un solo libro alla volta ma quanti più mi aggrada.

Non vedrò film che non mi interessano per andare al cinema tutti insieme (ma poi tutti insieme chi? ma che se parla al cinema? no! e allora?).

Non cercherò di organizzare cene con largo anticipo ma chiamerò un’ora prima. Chi può bene chi non può, ciao.

Be’, non è molto. Ma io mi sento già meglio. Più leggera, più egoista. Evviva!

Cosa abbiamo da perdere?

Oggi come ieri: cosa abbiamo da perdere?

Di nuvole, insetti e libri

Siamo ossessionati da quello che non facciamo.
Le nostre vite piene di tante cose sono vuote, perché non siamo liberi.
Da mesi raccolgo le testimonianza di precarietà ed infelicità di amici e conoscenti. Le mie di precarietà e di infelicità parlano da sole e le conosco bene. E mi chiedo come mai. Perché siamo così insoddisfatti. Chi non ha il lavoro, chi ne ha troppi che non ne fanno nemmeno uno, chi ce l’ha ma è intrappolato, nevrotico, svuotato. Chi non ha un compagno, chi ce l’ha ma non fa testo, chi ce l’ha ed ha una relazione sana e serena ma…
Tutti infelici. Vorremmo qualcos’altro. Io avrei voluto fare la scrittrice, ma lo sapete voi quanto tempo bisogna avere a disposizione per scrivere quando non lo si fa per passatempo? Tu avresti voluto fare l’attore ma a trent’anni come si fa ad andare avanti senza un reddito ‘sicuro’? E…

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Cosa abbiamo da perdere?

Siamo ossessionati da quello che non facciamo.
Le nostre vite piene di tante cose sono vuote, perché non siamo liberi.
Da mesi raccolgo le testimonianza di precarietà ed infelicità di amici e conoscenti. Le mie di precarietà e di infelicità parlano da sole e le conosco bene. E mi chiedo come mai. Perché siamo così insoddisfatti. Chi non ha il lavoro, chi ne ha troppi che non ne fanno nemmeno uno, chi ce l’ha ma è intrappolato, nevrotico, svuotato. Chi non ha un compagno, chi ce l’ha ma non fa testo, chi ce l’ha ed ha una relazione sana e serena ma…
Tutti infelici. Vorremmo qualcos’altro. Io avrei voluto fare la scrittrice, ma lo sapete voi quanto tempo bisogna avere a disposizione per scrivere quando non lo si fa per passatempo? Tu avresti voluto fare l’attore ma a trent’anni come si fa ad andare avanti senza un reddito ‘sicuro’? E ancora, tu pensavi che avresti fatto l’architetto e disegnato progetti, costruito abitazioni. E ora che ci fai in quell’ufficio a fare telefonate dalla mattina alla sera? Qualcuno ci ha detto cosa sarebbe successo dopo? Dopo i pensieri, dopo che veniamo scaricati nella vita vera, quella fuori dalla porta di casa di mamma e papà? Cosa significa lavorare? Cosa significa vivere, essere autonomi? La colpa di chi è? Siamo noi che non abbiamo saputo crescere oppure è stato così anche per i nostri genitori, per i nostri nonni? Qualcuno ci avrebbe dovuto preparare?
Ho capito, ignorando l’incalzare delle domande, che siamo stati molto sfortunati. Le crisi esistenziali, la paura del futuro. Tutti prima o poi vengono trascinati giù da un’emotività traballante. Ma noi non abbiamo solo un’immagine appannata e ancora da definire di noi stessi. Tutto quello che ci circonda è appannato e incerto. Un punto di riferimento quando non sappiamo dove aggrapparci, in cosa lo possiamo identificare? Fuori non ci si capisce niente e fuggire da noi stessi non è mai stato così difficile. Per andare dove? In questo senso di impotenza generalizzato, in cui ci facciamo sfruttare in lavori sottopagati e logoranti, con la famosa crisi che non so voi ma per me non è un concetto astratto ma riesco a toccarla con entrambe le mani, scorgo un piccolo lume. Ancora non l’ho individuato, va bene. Però lo percepisco. E mi sto convincendo che in questo caos senza senso mentre annaspiamo per inventarci qualcosa si fa strada una possibilità. L’opportunità di scommettere su noi stessi, di dirci: ce la faremo! Di trovare dentro di noi le risorse che non esistono più fuori.
Forse possiamo provare a fare quello che avremmo voluto e non abbiamo mai tentato. Da perdere abbiamo davvero poco.
Forza e coraggio.

Un trentenne non lo sa (che vuole dall’amore)

Ultimamente mi fa sorridere molto la mania di celebrare le coppie longeve. Sposi rimasti insieme 30, 40, 50 anni. Post fotografici con anziani che si tengono la mano e giù a commentare ‘che meraviglia’. Questa ammirazione mi fa pensare che molti componenti della mia generazione abbiano voglia di recuperare e valorizzare il per sempre. Ma un’immagine del genere banalizza, non racconta nulla. Dopo aver visto i simpatici vecchietti che guardano verso l’orizzonte o i teneri vecchietti che siedono miti e sereni su una panchina, molti di voi hanno pensato: anche io. Anche io vorrei avere questo, un giorno. Ma se a 30 anni passati abbiamo alle spalle ognuno due / tre storie medio lunghe, se vi fate due conti siamo già fuori tempo massimo.

Mentre ci barcameniamo nella sopravvivenza a due o continuiamo a comportarci da single impenitenti, che soli si sia veramente o no, mi chiedo che senso abbia aspirare a qualcosa che non si ha la pazienza o la voglia di costruire. Non so se abbiamo la consapevolezza che costruire implica sforzo, sofferenza, rinunce. Io non so come dirvelo senza farvi del male ma l’amore come ve lo siete sempre immaginato non esiste. Uno non sta insieme 30 anni senza sputare sangue, urlare, sentirsi tradito, sprofondare nella solitudine. Uno sta insieme 30 anni se abbozza, se la finisce di rosicare (detto alla romana, pe’ capisse) se rinuncia, in parte, all’orgoglio che tante battaglie importanti ci ha già fatto perdere. Ecco, detto così sembra ci aspetti una vita di stenti e privazioni se si abbraccia l’idea di intraprendere un percorso di coppia serio e duraturo. Che poi quando uno dice serio sembra sempre che ci sia la fregatura dietro, il muso lungo. Ma serio non significa solo severo e cupo, serio vuol dire anche profondo, responsabile, affidabile, onesto. Onesto.

Ora non tutti devono, né possono, intraprendere un tal percorso. Però quando aspiriamo a qualcosa, cerchiamo di capire cosa potrebbe comportare. Se siamo così fortunati da incontrare qualcuno col quale
è bello stare insieme, tentiamo di comprendere che non sempre può essere bello. Se esprimiamo un desiderio, attrezziamoci per accoglierne le conseguenze qualora si dovesse realizzare.
Detto questo, vecchietti sulla panchina forever.

437 giorni di psicoanalisi, Giorno 51 – Seguo i suoi consigli

Ogni mattina appena sveglio rimango sdraiato qualche minuto e respiro guardando il soffitto. Appoggio la mano destra sul petto e la sinistra sulla pancia. Lascio che la respirazione naturale col diaframma mi pacifichi col mondo. Quando entro in macchina e rimango un’ora nel traffico per arrivare a lavoro, metto il cd di musica classica che mi ha consigliato. È vero, mi aiuta a non perdere la pazienza. In ufficio ho imparato ad ascoltare i colleghi, anche quando mi sembra che dicano delle stupidaggini e mi stiano facendo perdere tempo. È vero, non sempre dicono delle scemenze e ascoltarli mi ha insegnato a conoscerli meglio e ad apprezzarli. Quando vado a fare la spesa lascio che le persone anziane e coloro che devono comprare poche cose passino prima di me in cassa. Quando mi chiamano al cellulare per le promozioni telefoniche, anche se lo fanno molte volte nel giro di pochi giorni, mi ricordo delle sue parole: i centralinisti sono dei lavoratori che meritano pazienza e rispetto. Io paziento e dimostro il mio rispetto per il loro lavoro lasciandoli parlare. Quando mia madre mi chiama per chiedermi quando andrò a cena anche se ci siamo visti il giorno prima, penso che il tempo a nostra disposizione non sarà eterno e sorrido teneramente rispondendole: presto mamma, vengo presto.
Vede, da quando seguo i suoi consigli, so di essere una persona migliore.
Ma perdo molti capelli.