437 giorni di psicoanalisi. Giorno 95, Aveva occhi grandi.

Mia cugina aveva occhi grandi. Di quella grandezza sproporzionata e seducente da mettere in discussione la tua visione del mondo. Da lasciarti pensare che quello che vede lei deve essere più esteso, più completo. Più tutto.

Mani piccole e magre con delle unghie microscopiche. 

Capelli lunghissimi e ondulati. Ogni onda un pensiero triste e romantico.

Una donna che aveva bisogno di aggettivi. Diminutivi, accrescitivi. Vezzeggiativi.

Amava fare degli scherzi stupidi e pericolosi.

“Aiutami con questo colore – diceva – voglio che la ferita sulla fronte sembri più profonda. Deve dare l’impressione che si veda l’osso… anzi, passami il bianco, mi è venuta un’idea!”

“Sei sicura? Non staremo esagerando? C’è anche tua nonna stasera…”

“Ma figurati, moriremo tutti dalle risate. Quando mia madre chiamerà dalla cucina per la cena io e te scenderemo di corsa dalle scale. Ricordati di buttare dalla prima rampa la statuetta di modo che ad un certo punto sbatta sulla ringhiera e faccia molto rumore. Poi entrerò io con la mano sul viso. Si deve capire che è successo qualcosa, ma non la gravità del fatto. Tu rimani attaccato a me. Bianco come un lenzuolo ti voglio! E no che non ti devi preoccupare di quello che dovrai dire, non è mica una recita. E’ solo uno scherzo.”

E poi rideva, tanto e a voce alta, al pensiero di quello che sarebbe successo, delle facce prima attonite, poi spaventate e infine sollevate della madre, della nonna, della zia. Io a dire il vero non ho mai capito cosa ci fosse di così divertente. Queste erano il genere di cose che un po’ subivo. Malvolentieri ma senza il coraggio di ribellarmi, sono stato per anni suo complice svogliato. Una spalla. Indispensabile tuttofare e indolente sottomesso. Nel tempo anche leggermente preoccupato dalle sue strane idee, che sempre più spesso mi mettevano a disagio. Il suo era un vero e proprio talento: farmi sentire fuori luogo. E’ stata la prima persona al mondo a mettermi in difficoltà e sono convinto che sia sua la responsabilità del fatto che anche ora che sono un uomo adulto non ho perso l’attitudine a cacciarmi in situazioni grottesche e imbarazzanti. 

La verità è che eravamo giovani, pieni di vita. Anche io lo ero a mio modo. Forse rubavo un po’ della sua di vitalità, lasciando che la riflettesse su di me con quella strana luce che appariva nei suoi grandi occhi quando le passava per la mente un’idea che si sarebbe presto trasformata nella messa in scena di un altro scherzo bizzarro e fuori luogo. E forse ero felice perché lei rideva talmente forte da essere assordante e farmi dimenticare per un attimo la mia timidezza, per calarmi per pochi, brevi e sporadici istanti nella spensieratezza sbadata e leggera di quando si trova il proprio posto nel mondo. 

Le ho detto quello che voleva sapere, dottore?

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