La profezia disattesa – Giorno 103 di: 437 giorni di psicoanalisi

C’è come nel corpo un brandello di testa.

Una scheggia di encefalo che vaga nei muscoli, nei nervi.

Che controlla gli spasmi e i battiti.

Che non lascia libero il cumulo di pelle e ossa e peli che compone la mia massa – e completa il puzzle della mia struttura – di seguire l’evoluzione naturale in direzione fine.

Che lo minaccia, giorno dopo giorno: guarda che oggi può essere l’ultimo.

 

Son sempre stato convinto che sarei morto giovane. Di malattia. E ora che ho 60 anni mi sento tradito dal mio destino, usurpato d’un diritto che m’è stato negato. M’è stato tolto il piacere dell’aver ragione. Ho dovuto chiedere scusa a me stesso per aver vissuto di e nella paura che fosse l’ultimo giorno. Da trent’anni per me è l’ultimo giorno. L’ultimo caffè, l’ultima cena. Sono un ipocondriaco disatteso, dottore. Ho costruito una vita intorno alla bugia d’una morte prematura. Ed ora sono qui con lei a cercare spiegazioni, a raccontarmi storie sul perché non s’è verificato il verificabile. E ora che veramente quelli che vivo potrebbero essere gli ultimi giorni, sono incosciente come non lo sono mai stato a vent’anni.

Ieri ho fumato la prima sigaretta della mia vita, dottore. Ho sentito dire che la prima volta non piace, di solito.

A me è piaciuta molto.

 

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