437 giorni di psicoanalisi. Giorno 79, il primo sogno.

Ho fatto fatica a scegliere uno dei miei sogni ricorrenti, come mi aveva chiesto. Sono tanti, alcuni si sono ripetuti per anni. Rincorsi in moto circolare.

Poi mi sono deciso: il più rilevante è quello dell’uomo che guarda.

Sto lavorando al computer. I polpastrelli si scontrano coi tasti. Avverto improvvisamente un rumore che mi sembra giungere dall’ingresso. Attraverso lo studio, percorro il corridoio e veloce sono di fronte alla porta blindata. Il rumore è simile a quello che potrebbe produrre un cagnolino che raspa e scava proprio fuori dalla porta. Potrebbe essere un cane, sì. Eppure quando tolgo il chiavistello, giro la chiave e apro infine la porta, lì fuori non c’è nulla. Lo zerbino solitario e immacolato testimonia la solitudine del pianerottolo. Richiudo la porta, giro di nuovo la chiave e dispongo il chiavistello. Lo stesso rumore, un’altra volta. Ma ora sembra aver origine in camera da letto. Affretto il passo per tornare sul corridoio e oltrepassare i tre armadi a muro specchiati che lo costeggiano da ambo i lati. Sono sulla soglia della camera. Il rumore è sempre più forte ma quando il mio dito indice preme l’interruttore e la lampadina s’infuoca, non c’è nulla e io nulla vedo. Il piumino rosso scuro, il letto, il tappeto crema, sì, ci sono. Il quadro di Kokoschka, quello con la donna nuda sul prato con in mano una testa decapitata di un uomo con la barba, sì, c’è. Tutto qui. La mia camera da letto. Non fosse che quella non è la mia vera camera da letto. La luce fa scomparire il rumore. Sempre. Per rinnovare quel rumore, penso, devo spegnere tutte le luci. Lo faccio. Passo di stanza in stanza e dove trovo una luce accesa, la spengo e infine mi ritrovo solo, nel corridoio, in piedi, col cuore che batte forte e veloce nel buio più cupo, simile a quello degli occhi chiusi un attimo prima di addormentarsi. Respiro con difficoltà e tento di riprendere fiato il più lentamente e profondamente possibile. Avevo ragione, torna il rumore. Provo sollievo. Avverto inquietudine. Il rumore ricompare prima lieve, tanto debole da farmi pensare che sia suggestione. Poi più netto. Poi più forte. Sempre più squillante. Insopportabile. Mi accovaccio e tengo le mani sulle orecchie. Capisco cosa vuol dire impazzire, quando si dice: poverino, di punto in bianco è impazzito.

Il rumore si esaurisce, così come s’era imposto. Ma nella confusione fuori e dentro non mi sono accorto che non è più totalmente buio.  Ora lo noto. Così cerco di individuare, stordito come sono, la fonte della luce, per appurarmi del fatto che ce ne sia davvero una. C’è.

Un uomo, sulla soglia dello studio, tiene un cerino in mano. E’ la luce, sempre la luce, ad allontanare il frastuono. Il chiarore di quel fiammifero, ad aver fatto cessare il rumore.

Lei sa dirmi cosa significa?

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