LA SOTTILE LINEA SCURA

(Prometto solennemente di non fare spoiler inutili e dannosi in questo post).

A FINE LINE DARK (2002) è un grande romanzo di formazione di Joe R. Lansdale. Un romanzo relativamente recente e  per questa ragione ancora più prezioso.

Il tredicenne Stanley Mitchell Junior si separa bruscamente dall’età dell’innocenza a causa di una serie di imprevisti e al contempo inquietanti avvenimenti che si inscrivono in un’estate dei primi anni ’50 della provincia texana. Un fitto mistero fatto di teste decapitate, incendi e abusi sessuali. Con atmosfere a tratti sì cupe ma lontane dalla letteratura pulp e fantascientifica della sua produzione degli anni ’90, ne La sottile linea scura si respira la stessa aria degli ambienti già descritti da Grease e da Happy Days: i vestiti, le code di cavallo, gli hamburger e le patatine fritte, il drive in. La famiglia Mitchell, si è trasferita da poco a Dewmont per avverare il sogno del padre di Stanley, Stanley Senior: aprire, appunto, un drive in. La domestica di colore Rosy Mae, che si trasferisce dai Dewmont dopo aver subito le violenze del suo compagno Bubba Joe, è paradigma del ruolo marginale dei neri nella società statunitense dei primi anni ’50, ma anche esempio di come taluni bianchi fossero già in grado di liberarsi dai preconcetti di ‘razza’ e affrontare lucidamente e serenamente i rapporti sociali allargati. Testimone ne è Stanley Junior, il più piccolo di casa ma colui che, insieme alla madre, la Sig.ra Mitchell, accoglierà Rosy Mae non solo come un’amica, ma proprio come una preziosa componente della famiglia.

Stanley J. è intento a consumare la sua estate tra gite in bicicletta e spuntini preparati dalla cuoca migliore che una famiglia possa desiderare di avere al suo servizio: Rosy Mae. D’un tratto il suo mondo infantile viene catapultato in quello adulto senza passare dall’adolescenza, a causa di una spaventosa scoperta e dalla voglia irrefrenabile di capirci qualcosa in più.

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I suoi compagni di avventure: Callie, la sorella maggiore, una ragazza scaltra e avvenente che sta scoprendo il potere che una giovane donna può avere sugli uomini; Buster Abbot Lighthorse Smit, l’anziano proiezionista di colore dal brutto carattere che però diventerà amico del nostro protagonista e lo aiuterà a risolvere il fitto mistero in cui incapperà suo malgrado; Richard Chapman, l’amico del cuore di Stanley J., che, pur volendo dare una mano alla soluzione del mistero, ne accrescerà e allargherà l’entità e i protagonisti, anche lui a dispetto della sua stessa volontà; last but not least: Nub, l’affezionatissimo cane di famiglia, ombra e complice del protagonista.

Il romanzo è animato da personaggi dai caratteri forti e ben delineati come è raro trovarne, e tutti insieme vanno a costruire l’anima di una narrazione che si consegna all’eterno come solo i grandi classici moderni hanno potuto; e che, tra le sue trame, ne inserisce una ben precisa: il doloroso e lungo cammino dell’integrazione razziale degli afroamericani.

Come tutti i racconti migliori, anche questo è un diesel: parte piano, piano e arriva lontano e ci arriva velocissimo. E la fine, l’ultima pagina, quella che dovrebbe accomiatarti e rendere semplice il congedo dalla storia e dai protagonisti, te lo rende impossibile. Come uno schiaffo dovuto quando si è convinti arrivi una carezza: sotto sotto lo desideravamo quello schiaffo, ce lo meritavamo. Ma ci lascia esterrefatti l’impatto della mano sulla guancia, perché eravamo convinti di averla passata liscia.

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