Archivio mensile:marzo 2014

437 giorni di psicoanalisi. Giorno 79, il primo sogno.

Ho fatto fatica a scegliere uno dei miei sogni ricorrenti, come mi aveva chiesto. Sono tanti, alcuni si sono ripetuti per anni. Rincorsi in moto circolare.

Poi mi sono deciso: il più rilevante è quello dell’uomo che guarda.

Sto lavorando al computer. I polpastrelli si scontrano coi tasti. Avverto improvvisamente un rumore che mi sembra giungere dall’ingresso. Attraverso lo studio, percorro il corridoio e veloce sono di fronte alla porta blindata. Il rumore è simile a quello che potrebbe produrre un cagnolino che raspa e scava proprio fuori dalla porta. Potrebbe essere un cane, sì. Eppure quando tolgo il chiavistello, giro la chiave e apro infine la porta, lì fuori non c’è nulla. Lo zerbino solitario e immacolato testimonia la solitudine del pianerottolo. Richiudo la porta, giro di nuovo la chiave e dispongo il chiavistello. Lo stesso rumore, un’altra volta. Ma ora sembra aver origine in camera da letto. Affretto il passo per tornare sul corridoio e oltrepassare i tre armadi a muro specchiati che lo costeggiano da ambo i lati. Sono sulla soglia della camera. Il rumore è sempre più forte ma quando il mio dito indice preme l’interruttore e la lampadina s’infuoca, non c’è nulla e io nulla vedo. Il piumino rosso scuro, il letto, il tappeto crema, sì, ci sono. Il quadro di Kokoschka, quello con la donna nuda sul prato con in mano una testa decapitata di un uomo con la barba, sì, c’è. Tutto qui. La mia camera da letto. Non fosse che quella non è la mia vera camera da letto. La luce fa scomparire il rumore. Sempre. Per rinnovare quel rumore, penso, devo spegnere tutte le luci. Lo faccio. Passo di stanza in stanza e dove trovo una luce accesa, la spengo e infine mi ritrovo solo, nel corridoio, in piedi, col cuore che batte forte e veloce nel buio più cupo, simile a quello degli occhi chiusi un attimo prima di addormentarsi. Respiro con difficoltà e tento di riprendere fiato il più lentamente e profondamente possibile. Avevo ragione, torna il rumore. Provo sollievo. Avverto inquietudine. Il rumore ricompare prima lieve, tanto debole da farmi pensare che sia suggestione. Poi più netto. Poi più forte. Sempre più squillante. Insopportabile. Mi accovaccio e tengo le mani sulle orecchie. Capisco cosa vuol dire impazzire, quando si dice: poverino, di punto in bianco è impazzito.

Il rumore si esaurisce, così come s’era imposto. Ma nella confusione fuori e dentro non mi sono accorto che non è più totalmente buio.  Ora lo noto. Così cerco di individuare, stordito come sono, la fonte della luce, per appurarmi del fatto che ce ne sia davvero una. C’è.

Un uomo, sulla soglia dello studio, tiene un cerino in mano. E’ la luce, sempre la luce, ad allontanare il frastuono. Il chiarore di quel fiammifero, ad aver fatto cessare il rumore.

Lei sa dirmi cosa significa?

LA SOTTILE LINEA SCURA

(Prometto solennemente di non fare spoiler inutili e dannosi in questo post).

A FINE LINE DARK (2002) è un grande romanzo di formazione di Joe R. Lansdale. Un romanzo relativamente recente e  per questa ragione ancora più prezioso.

Il tredicenne Stanley Mitchell Junior si separa bruscamente dall’età dell’innocenza a causa di una serie di imprevisti e al contempo inquietanti avvenimenti che si inscrivono in un’estate dei primi anni ’50 della provincia texana. Un fitto mistero fatto di teste decapitate, incendi e abusi sessuali. Con atmosfere a tratti sì cupe ma lontane dalla letteratura pulp e fantascientifica della sua produzione degli anni ’90, ne La sottile linea scura si respira la stessa aria degli ambienti già descritti da Grease e da Happy Days: i vestiti, le code di cavallo, gli hamburger e le patatine fritte, il drive in. La famiglia Mitchell, si è trasferita da poco a Dewmont per avverare il sogno del padre di Stanley, Stanley Senior: aprire, appunto, un drive in. La domestica di colore Rosy Mae, che si trasferisce dai Dewmont dopo aver subito le violenze del suo compagno Bubba Joe, è paradigma del ruolo marginale dei neri nella società statunitense dei primi anni ’50, ma anche esempio di come taluni bianchi fossero già in grado di liberarsi dai preconcetti di ‘razza’ e affrontare lucidamente e serenamente i rapporti sociali allargati. Testimone ne è Stanley Junior, il più piccolo di casa ma colui che, insieme alla madre, la Sig.ra Mitchell, accoglierà Rosy Mae non solo come un’amica, ma proprio come una preziosa componente della famiglia.

Stanley J. è intento a consumare la sua estate tra gite in bicicletta e spuntini preparati dalla cuoca migliore che una famiglia possa desiderare di avere al suo servizio: Rosy Mae. D’un tratto il suo mondo infantile viene catapultato in quello adulto senza passare dall’adolescenza, a causa di una spaventosa scoperta e dalla voglia irrefrenabile di capirci qualcosa in più.

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I suoi compagni di avventure: Callie, la sorella maggiore, una ragazza scaltra e avvenente che sta scoprendo il potere che una giovane donna può avere sugli uomini; Buster Abbot Lighthorse Smit, l’anziano proiezionista di colore dal brutto carattere che però diventerà amico del nostro protagonista e lo aiuterà a risolvere il fitto mistero in cui incapperà suo malgrado; Richard Chapman, l’amico del cuore di Stanley J., che, pur volendo dare una mano alla soluzione del mistero, ne accrescerà e allargherà l’entità e i protagonisti, anche lui a dispetto della sua stessa volontà; last but not least: Nub, l’affezionatissimo cane di famiglia, ombra e complice del protagonista.

Il romanzo è animato da personaggi dai caratteri forti e ben delineati come è raro trovarne, e tutti insieme vanno a costruire l’anima di una narrazione che si consegna all’eterno come solo i grandi classici moderni hanno potuto; e che, tra le sue trame, ne inserisce una ben precisa: il doloroso e lungo cammino dell’integrazione razziale degli afroamericani.

Come tutti i racconti migliori, anche questo è un diesel: parte piano, piano e arriva lontano e ci arriva velocissimo. E la fine, l’ultima pagina, quella che dovrebbe accomiatarti e rendere semplice il congedo dalla storia e dai protagonisti, te lo rende impossibile. Come uno schiaffo dovuto quando si è convinti arrivi una carezza: sotto sotto lo desideravamo quello schiaffo, ce lo meritavamo. Ma ci lascia esterrefatti l’impatto della mano sulla guancia, perché eravamo convinti di averla passata liscia.

Lottomarzo

Non è una notizia il fatto che oggi sia arrivato, come tutti gli anni, l’8 marzo. Notizia è che anche oggi le donne siano state vittime di delitti passionali. Anche se fa orrore legare il termine ‘passione’ alla violenza. Perché la passione che si nutre nei confronti di una donna dovrebbe portare solo ad amarla, scriverne, fotografarla, dipingerla o, al massimo, se non si è ricambiati, soffrire per lei.